Mezzora di corsa nei vialetti di Trigoria, poi altri trenta minuti su e giù per i gradoni. Zeman fa ripartire la Roma a modo suo dopo la sconfitta di Napoli: lo stesso metodo utilizzato in seguito al crollo di Torino con la Juventus, ma né allora né ieri è stata una punizione. Il lavoro duro resta la normalità per il boemo che non può certo mollare la presa proprio adesso. Domenica a Catania inizia il secondo capitolo della sua avventura e lui per primo sa quanto siano decisivi i risultati per non farlo diventare l’ultimo. È crudele ma le cose stanno così: Zeman si gioca la Roma in un girone. Diciannove partite, più la Coppa Italia che quest’anno è un obiettivo reale, diranno se il boemo sarà riuscito a far crescere davvero una squadra che ha bisogno di tornare grande in fretta. Se il campionato fosse finito domenica, la missione sarebbe fallita. La società è convinta di aver costruito una squadra in grado di rientrare in Champions e il livello mediocre delle avversarie rafforza questa convinzione.
L’unica certezza è che l’eventuale sostituto sarebbe un tecnico amante del gioco offensivo. Su piazza ce n’è uno che metterebbe d’accordo qualsiasi dirigente e tifoso al mondo: Pep Guardiola. La Roma ha davvero pensato al ui prima di accordarsi con Luis Enrique e ora che lo spagnolo ha deciso di rimettersi in carreggiata non può restare insensibile. I concorrenti sono praticamente imbattibili – tutte le big della Premier oltre al Bayern Monaco – ma in Italia non se ne vedono. Berlusconi, ad esempio, ha già abbandonato il suo sogno di vedere Guardiola al Milan. «Si sono fatte avanti delle società con dentro amici di antica data di Guardiola e noi abbiamo giudicato di non avere chance» ha detto lunedì notte. E se quell’«amico di vecchia data» dell’allenatore fosse proprio Franco Baldini?
Il Tempo – Alessandro Austini