Il Messaggero – Heinze, il “sempre” derby

Chiamatelo semplicemente mister Derby. Già, perché nel panorama calcistico attuale è difficile trovare un calciatore che abbia disputato tante stracittadine in luoghi diversi. Con quella romana, il totale per Gabriel Heinze arriverà a cinque.
Padre tedesco e madre italiana, probabilmente questo feeling con il derby il difensore argentino lo aveva già nel dna. Il primo appuntamento sul campo, però, è all’età di 18 anni quando partecipa ad uno dei clasicos più accesi in Argentina, quello della città di Rosario fra Newell’s Old Boys e il Rosario Central. Finisce in pareggio ma è l’antipasto dell’atmosfera che respirerà un paio di anni più tardi a Lisbona. Dopo la parentesi al Real Valladolid, dove Heinze non gioca nemmeno una gara, viene ceduto in prestito nella stagione 1998-99 allo Sporting che nell’occasione è superato 2-1 dai rivali di sempre del Benfica. Sarà l’unica sconfitta che il difensore subirà nei derby. Nelle successive esperienze al Manchester United (contro il Manchester City) e al Real Madrid (avversario l’Atletico Madrid) l’argentino riporterà tre vittorie e altrettanti pareggi, giocando sempre da titolare, eccezion fatta per il derby in terra spagnola quando sarà sostituito dopo 53 minuti. Della Lazio conosce poco, se non il suo ex compagno di squadra al Psg, Cana.

C’è però da scommettere che impiegherà molto poco ad ambientarsi al clima che si respirerà domenica sera all’Olimpico. A vederlo in campo, infatti, Heinze è il prototipo del calciatore da derby. Lui non ama definirsi un duro ma è proprio questo suo atteggiamento deciso nei contrasti, la grinta, il fatto di non tirare mai indietro la gamba che piace ai tifosi. In Argentina lo hanno soprannominato El Gringo, lo straniero, o il biondo nello slang argentino. Fortissimo di testa, nonostante non sia un gigante dell’area, in carriera ha segnato 27 gol in 423 partite: non male per un difensore. Mai nessuna di queste reti, però, è stata siglata in un derby. Heinze doveva essere la seconda alternativa ai centrali: gli sono bastate poche partite per diventare titolare al fianco del connazionale Burdisso. Insieme sono El Bandido e El Gringo: «L’importante non è il parlare la stessa lingua, quanto l’aver già giocato insieme – spiega – così come è capitato a me e Nico. Un aspetto che può fare la differenza». E almeno sinora l’ha fatta.
Il Messaggero – Stefano Carina

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